Oggi ti voglio raccontare una giornata all’Open Championship, il “Major per eccellenza”, il più antico, il più magico.
Sono stato a godermi dal vivo l’edizione 146 al Royal Birkdale di Southport, in una cornice straordinaria, capace di elevare in modo esponenziale le emozioni del golf.
Già, perché io – come te – sono innamorato di questo sport e delle sensazioni che mi trasmette: ogni volta che scendo in campo in prima persona e mi ritrovo sul tee di partenza con quella voglia matta di imbucare in meno colpi possibile, ogni volta che guardo un grande torneo pieno zeppo di fenomeni in tv, e ogni volta che mi ritrovo ad un passo da loro. Live, come in questo caso.
Mi era già accaduto altre volte di sentirmi travolto dal vortice di sussulti golfistici, come in occasione di più di un Open d’Italia, ma là, in Inghilterra – la patria del golf – è tutta un’altra storia. Si respira tutta la magia del golf, immersi in un alone di fascino ineguagliabile, all’ennesima potenza.
Sono arrivato a Southport da Liverpool, mettendo insieme golf e turismo, cogliendo l’occasione per una breve escursione nella città dei Beatles.
Ci sei mai stato? Apro una breve quanto doverosa parentesi. Liverpool è stupenda, soprattutto nella zona dell’Albert Dock, patrimonio Unesco, e sede del bellissimo museo dedicato ai Fab Four. Se hai intenzione di concederti un week-end da quelle parti te la consiglio caldamente, non rimarrai deluso, e nel tuo soggiorno ti sentirai costantemente accompagnato dalle note di “Imagine” – tanto per citare forse la canzone più bella di John Lennon.
Ma torniamo all’Open. Sono salito sul treno da Bootle in direzione Southport, pieno zeppo di golfisti già di prima mattina: da queste parti il golf è sport nazionale, e ho percepito subito l’atmosfera di fervore intorno al “Grande Evento”.
Sceso alla stazione di Hillside, ho trovato un’organizzazione pazzesca, tutta improntata a massimizzare l’arrivo di migliaia di spettatori, e rendere l’accesso al club il più semplice possibile.

Pochi minuti in scia alla marea di scatenati golfisti, e via all’interno del Royal Birkdale per il 146esimo Open della storia (numero che a pensarci fa venire i brividi). Non prima però di uno scrupoloso e doveroso controllo di sicurezza.

Mi sono concesso un caffè americano ed un muffin, calandomi nelle abitudini inglesi con un occhio ai tee time dei miei giocatori preferiti, grazie alla comoda app dell’Open, precedentemente scaricata.
Prima di immergermi nell’atmosfera del campo live, ho sentito il bisogno di fermarmi allo shop per un cimelio. Da classico turista, è vero, ma anche per portarmi via un oggetto pregno di quella suggestione golfistica.
Risultato?
Cappellino con Claret Jug in evidenza, palline logate, e magnete da frigorifero.

Avrei comprato tutto, e sono fuggito via prima che le sterline volassero via a fiumi.
Mi sono quindi lanciato tra i sentieri del golf club, circondato da una massa di appassionati straordinariamente educati. Lo impone l’etica del golf, ma anche una cultura che fa proprio dell’educazione un valore imprescindibile.
Una giornata tipicamente inglese: temperatura da sogno per essere in pieno luglio (mai sopra i venti gradi) e grande variabilità, tra nuvole, vento e sprazzi di sole. Fortunatamente niente pioggia, rischio concreto fino al giorno prima, quando un vero e proprio diluvio ha imperversato su Liverpool.
Le emozioni del golf hanno invaso le mie ore in quel di Southport, nonostante la fatica del percorrere tanti chilometri a piedi. Sì, perché andare a vedere un torneo dal vivo e seguire i giocatori è proprio una faticaccia! Ben ripagata però.
Sai cosa mi fa sussultare in particolare quando prendo parte a questi eventi?
Quella magica tensione che c’è prima di un colpo, quell’attimo eterno prima dello swing, fino al momento di liberazione: la palla è finalmente partita, e via alle urla, agli applausi, alle frasi “In the hole!” o ai richiami simpatici ai soprannomi dei giocatori, tipo “Kuch, Kuch!” a Matt Kuchar (splendido secondo finale dietro al mostruoso Jordan Spieth), o “Beef, Beef!” ad Andrew Johnston.
Sto parlando della stessa tensione che percepisci quando ti ritrovi addressato e pronto al colpo: in quell’istante sta tutta l’essenza del golf, è un momento che appartiene ad un’altra dimensione. Sei d’accordo?
La differenza, in tornei come l’Open, è che non sei al circolo, ma in un contesto che amplifica ancor più questo messaggio intrinseco.

La giornata all’Open è proseguita a bordo green ad attendere la coppia Fowler-Garcia, la mia preferita del giorno: un’attesa senza tempo, di quelle che vorresti non finisse mai, come un bel libro che si appresta alla conclusione.


Un solo appunto a questi grandi giocatori, personaggi ricchi e famosi: giusto essere concentrati per la competizione, ma concedersi un po’ di più alle migliaia di fan attorno con qualche sorriso, saluto, o “cinque” in più non guasterebbe.
Prendere esempio dal piccolo danese Soren Kjeldsen, il più simpatico e disponibile al pubblico, tra i tanti professionisti visti.
Detto di Garcia e Fowler, ho seguito i beniamini di casa Westwood, Willett, Fleetwood e Rose, e ancora Stenson, Dustin Johnson, Rory, Rahm, Jason Day. Peccato che i due azzurri in gara Molinari e Cianchetti fossero già stati eliminati al taglio.
Una pausa pranzo doverosa con fish and chips,

poi ancora in campo: vicino al tee ad ammirare drive di una lunghezza improponibile per i comuni mortali, wedge che valgono legni per noi dilettanti, approcci e putt di precisione incredibile, poi ancora sugli spalti della 18 ad aspettare la fine del giro.

Che dire ancora, se non confermare che le emozioni del golf in luoghi del genere si elevano all’infinito, come canalizzate in un altoparlante umano che propaga un’eco per secondi, minuti, ed ore.
Chi non conosce questo sport forse non capisce, nascondendosi sotto luoghi comuni ed etichette quali “sport da ricchi”, “sport da anziani”, “perché, il golf è uno sport?”.
Tu invece sai di cosa parlo, vero?
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