La paura di vincere nello sport può giocare brutti scherzi.
Sono infiniti gli esempi di atleti che, nel momento decisivo di una competizione, hanno visto sfumare il successo per quella che viene definita nikefobia (dal greco “nike” – vittoria e “phobos”- fobia).
Nel calcio, nel tennis, nel golf sono tante le storie di crisi improvvise dove la mente è andata in tilt, cancellando in un attimo performance fin lì eccellenti.
La paura di vincere nello sport: il tennis, il calcio, il golf
In gergo tennistico parliamo di “braccino”, ovvero quel comportamento che assume il tennista proprio nel momento decisivo dell’incontro: braccio molle che impedisce di piazzare il match point.
Proprio come accaduto nella partita di tennis con il maggior numero di match point annullati: luglio 1930, finale Interzone di Davis Usa-Italia tra Allison e De Stefani, con il povero Giorgio capace di sprecare la bellezza di 18 match point. Cosa sarà mai successo nella testa del giocatore italiano?
E chissà se Roberto Baggio, sbagliando il calcio di rigore nella finale di Usa 1994 dopo un mondiale da trascinatore, non abbia davvero avuto paura di vincere?
Ma arriviamo al golf.
Sono arrivato a scrivere questo post dopo una gara in cui ho giocato alla grande, nel mio piccolo mondo da dilettante, ma solo fino alla 15esima buca. Ma, ahimè, le buche sono 18 e tre buche giocate male possono compromettere un gioco fino a quel momento impeccabile. È quello che mi è successo.
Avevo infilato tre birdie e una buona serie di par, poi mi sono reso conto che stavo facendo un punteggio stableford ben oltre il mio handicap. Avrei abbassato notevolmente. Conscio del super-punteggio a pochi colpi dalla fine ho avuto, è evidente, paura di vincere. Paura di andare oltre il mio limite espresso fino a quel giorno.
Alla 16esima ho fatto la prima X, che ci poteva stare in un giro fin lì pulito. Alla 17 pur giocando male, ho cercato di contenere i danni e portato a casa un bogey. Ma alla 18, un’altra X, con fuori limite prima e acqua poi, ha portato il mio score finale – fino a quel momento sensazionale -, ad un 39 comunque buono. Sì ok, ho abbassato e vinto la gara della mia categoria, ma sprecando la chance di scendere di handicap ancora di più, sfruttando una giornata di grazia.
È inevitabile avere dei cali di concentrazione, chiudere qualche buca sotto lo standard fin lì esibito, ma farlo proprio nelle ultime tre, è indice che la paura della vittoria ha preso possesso di me. E non è la prima volta. La mente inizia a farvi rovente, la tensione sale, e la X non è che una conseguenza.
Perché abbiamo paura di vincere?
Il mio piccolo caso può essere paragonato ai precedenti, così come ad altri esempi nel golf, dove la percentuale di errore deve essere sempre minima. Quando l’errore arriva in un momento decisivo, ciò avviene per l’ansia della vittoria, per una paura che inizia a bloccare il corpo. Non a caso il poeta Giovenale coniò la famosa mens sana in corpore sano.
Secondo la rivista Riza del famoso psicoterapeuta Raffaele Morelli il problema sta “nel fatto che la persona, pur sperando di affermarsi, non si è mai realmente concepita come realizzata, completa. Si porta dietro un’immagine di sé adolescenziale, piena di ideali e magari di tante qualità, ma senza esserne consapevole e capace di legittimarle.”
Vincere presuppone dunque un’assunzione di responsabilità, significa crescere ed essere adulti consapevoli della propria forza, mentre la paura di vincere nello sport – ma anche nella vita quindi – “esprime dunque il rifiuto inconscio, per insicurezza e per timore del giudizio, di una dimensione più matura di sé”.
Perché – è doveroso chiederselo – cosa accadrebbe in caso di vittoria?
Nel caso di grandi trionfi – pensiamo ad un campionato del mondo, uno Slam o un Major – l’equilibrio mantenuto fino a quel momento verrebbe destabilizzato. Un po’ come accade a chi, da perfetto conosciuto, improvvisamente diventa una celebrità: quanti sono i casi di star che non hanno retto il peso del successo?
Successo che può essere condiviso a livello planetario, ma anche – tornando al golf dilettantistico – a livello di circolo, e quindi creare una disarmonia interiore. Perché questo è: anche se vogliamo a volte evitarle, sono le emozioni a comandarci, e la paura di vincere nello sport sorge da un problema interiore.
Vincere può cambiare gli equilibri di famiglia e in società, dove si accetta più facilmente un perdente tra i perdenti, che un vincente tra i perdenti. Discriminazione da successo ed emozioni negative come l’invidia piombano sul nostro eroe: della serie non tutto è oro quel che luccica.
Jean Van De Velde e Rory McIlroy
Chi teme la vittoria di solito è un fenomeno in allenamento e una pippa sul campo, e fallisce gli appuntamenti clou.
Nel golf, e in genere negli sport nei quali il confronto che avviene è in primis con noi stessi, la nikefobia si è presentata infinite volte, con esempi di auto-sabotaggio incredibili.
Il caso più eclatante rimane quello di Jean Van de Velde al British Open del 1999.
Il giocatore francese si presenta alla 18 di Carnoustie dell’ultimo giro col vantaggio di tre colpi. Un capitale che necessita due semplici ferri, un approccio e un paio di putt tranquilli. Ma ecco il blocco improvviso: drive dal tee, dal rough un ferro 2 con la palla in tribuna, poi erba alta, acqua e bunker per non farsi mancare niente. Un 7 che lo porta al play off, poi ovviamente perso contro Paul Lawrie. Una buca che può segnare una carriera – Jean è poi scomparso dal golf che conta – e magari una vita – guarda caso, infortuni a raffica e disavventure varie.
In queste situazioni, la corteccia del cervello che controlla le emozioni viene sopraffatta dalle preoccupazioni della mente, il fiato è corto, il battito cardiaco accelerato. E avviene il patatrac.
Se però pensiamo che anche campioni del calibro di Rory McIlroy sono inciampati nella paura di vincere, beh, siamo un po’ più sollevati.
A Rory è accaduto quello che non doveva accadere nel 2011 al Masters di Augusta, a soli 21 anni.
In testa dopo 54 buche con quattro colpi di vantaggio, alla 10 fa triplo bogey sparando il drive fra due bungalow, finendo poi tra gli alberi, e infine colpendo un ramo. Da lì alla confusione totale è un attimo: il nordirlandese impiega sette putt tra la 11 e la 12 (quattro da meno di un metro), poi centra l’acqua col drive alla 13 e regala l’apoteosi a Schwartzel. Ma, per sua fortuna, diventerà presto il numero 1 del mondo, mettendo in cascina quella drammatica esperienza.
Come non citare tra i perdenti per autodistruzione anche Greg Norman, che al Masters del 1996 dilapidò sei colpi di vantaggio su Nick Faldo.
Nikefobia: cosa fare?
A proposito della paura di affermarci, il film Coach Carter riprende un famoso paragrafo di A Return to Love, della scrittrice Marianne Williamson:
“La nostra più grande paura non è quella di essere inadeguati. La nostra più grande paura è quella di essere potenti al di là di ogni misura. È la nostra luce, non la nostra oscurità che più ci spaventa. Ci chiediamo, chi sono io per essere brillante, bellissimo, pieno di talento e favoloso? In realtà, chi sei tu per non esserlo? Sei figlio di dio. Il tuo giocare in piccolo non serve al mondo. Non c’è niente di illuminato a sminuire se stessi in modo che altre persone non si sentano insicure vicino a te. Siamo tutti nati per brillare come fanno i bambini. Siamo nati per manifestare la gloria di Dio che è dentro di noi. Non solo in alcuni di noi, ma in tutti noi. E mentre lasciamo che la nostra luce risplenda, inconsciamente diamo agli altri la possibilità di fare altrettanto. E quando siamo liberati dalle nostre paure, la nostra presenza automaticamente libera gli altri.”
Tante le interpretazioni della nikefobia che genera insicurezza: dai trascorsi familiari che influenzano la nostra espressività, al conflitto tra identità sociale e personale, ogni caso – per la nostra natura di essere soggettivi – necessita di analisi approfondite.
Come e cosa fare per debellare la paura di vincere nello sport?
Per controllare il pensiero ostacolante, può essere utile svuotare la mente, attraverso tecniche meditazione, come la focalizzazione sul respiro. Poi con l’aiuto di un esperto (un mental coach ad esempio), con una breve psicoterapia, o lavorando su noi stessi – perché ognuno di noi è un essere diverso, con una storia specifica alle spalle – partendo dal presupposto delle presenza della fobia e distinguendola dalle nostre reali qualità.
Ho paura per questo motivo e per quest’altro: ammettiamolo e allontaniamoci dal pensiero, “etichettandolo” e separandoci da esso, per atterrare sulla pura realtà, senza identificazione col negativo. Perché è un problema di conflitto di identità tra come ci vediamo e come ci vede l’esterno, tra ciò che ci è stato trasmesso e tra ciò che effettivamente è. Siamo succubi inconsapevoli della mente e delle sue proiezioni, che non ci permettono di far emergere il lato vincente che è in noi.
A livello dilettantistico forse non ce ne sarà bisogno, ma non è un caso che a livello professionistico psicoterapeuti e mental coach assistano e prevengano i problemi di vittoria di fior di campioni.
Molto interessante il passo del coach Carter, ci è molto piaciuto.
Ogni giorno trattiamo di coaching sul nostro blog e vedere come venga utilizzato nello sport ci affascina sempre.
Complimenti!