Tiger Woods e l’ultimo Major vinto, lo US Open 2008 della “morte improvvisa”

Dovessimo raccontare delle gesta di Tiger Woods, che molti annoverano quale golfista più forte di tutti i tempi, probabilmente faremmo Natale, perché le vittorie sono tante e la carriera ha percorso infinito. Ed allora mi tocca scegliere, e non è proprio un gioco da ragazzi. Sfoglio l’album dei ricordi e torno indietro di non molto, 2008, esattamente dieci anni fa, quando il fenomenale ragazzo californiano regalò l’ennesima impresa di una carriera inimitabile, o quasi, trionfando agli US Open per la terza volta, conquistando altresì il 14esimo e per ora ultimo Major della sua collezione.

Ad onor del vero, quel successo ha i parametri dell’impresa leggendaria. Perché se non è fuori dal comune il fatto che Woods domini la scena in un grande evento, lo è per come la vittoria di Tiger giunge al termine di una sfida al cardiopalma con l’avversario di quei giorni, Rocco Mediate. Che non è un fenomeno, solo sesto in precedenza al PGA Championship del 2002, e neppure tanto giovane, dall’alto dei suoi 46 anni certificati dalla data di nascita, 1962, che lo vedono ben tredici anni più anziano dell’immenso Woods, ma che sta per recitare da protagonista come mai gli era capitato nel corso di una carriera da comprimario.

nysun (AP Photo/Chris Carlson)

US Open 2008: l’ultimo Major di Tiger Woods

L’edizione numero 108 dell’US Open va in scena dal 12 al 15 giugno (con coda al 16 giugno, vedremo poi perché) al Torrey Pines Golf Course di La Jolla, proprio in California, a casa di Woods. Che è l’indiscusso numero 1 del mondo dal 12 giugno 2005, ma fallisce l’assalto all’US Open da quando, nel 2002, battè uno dei suoi rivali più agguerriti, Phil Mickelson, ed è al rientro nel circuito dopo un intervento in artroscopia al ginocchio sinistro che lo ha tenuto fuori dopo il Master di aprile chiuso alle spalle di Trevor Immelman.

L’argentino Angel Cabrera è il detentore del titolo, conquistato dodici mesi prima a Oakmont, e capeggia un campo di partecipanti che, oltre al sudamericano e a Woods, allinea al via Lee Janzen, i due sudafricani Ernie Els e Retief Goosen, Jim Furyk, il neozelandese Michael Campbell e l’australiano Geoff Ogilvy, tutti loro già vincitori in passato. Insomma, si attende spettacolo… ma quel che sta per accadere andrà ben oltre le più rosee aspettative degli appassionanti accorsi lungo il green.

Il primo giro, giovedì 12 giugno, come spesso accade per gli US Open, mette in mostra la buona attitudine alla battaglia di due outsiders che rispondono al nome di Justin Hicks e Kevin Streelman, che chiudono appaiati in testa con 68 colpi, tre sotto il par, precedendo un quartetto a quota 69 colpi, tra i quali Rocco Mediate, competitivo fin dal giorno di apertura del Major, e lo stesso Ogilviy, campione nel 2006. Woods, Mickelson e Adam Scott, ovvero i primi tre golfisti del ranking mondiale, partono in sordina, rispettivamente a 72, 71 e 73 colpi, comunque in corsa, mentre negativa è la prova di Cabrera, assolutamente fuori condizione, lontano parente del fuoriclasse che l’anno prima fu in grado di sbaragliare il campo, che chiude a 79 colpi, ben otto sopra il par.

Venerdì 13 giugno segna la fine dell’illusione, effimera, dei due provvisori capoclassifica, che rientrano nei ranghi più consoni alle loro doti, ed è l’australiano Stuart Appleby a rilevarne la prima posizione, 139 colpi complessivi, uno in meno dello svedese Robert Karlsson (70+70), di Mediate che si conferma e di un Woods in rimonta, 68 colpi, che copre le prime nove buche in soli 30 colpi, uno in più del record per gli US Open realizzato da Vijay Singh nel 2003. Il taglio, fissato a 149 colpi, costa l’eliminazione non solo a Cabrera, che impiega 76 colpi per chiudere a 155, ma anche a Janzen, 153 colpi, e Campbell, addirittura 161 colpi, mentre la miglior performance del giorno, 66 colpi, consente allo spagnolo Miguel Angel Jimenez di assestarsi in quinta posizione.

Sabato 14 giugno costa caro ad Appleby, che retrocede in classifica come già successo il giorno prima a Hicks e Streelman, ma sono in tanti a pagare dazio alle difficoltà proposte dal green. Solo 11 degli 80 golfisti rimasti in gara chiudono sotto il par, tra questi proprio Woods, che a dispetto del ginocchio infortunato, piazza due eagles ed un birdie alla buca 17 per chiudere con 70 colpi e balzare al comando con 210 colpi, uno in meno dell’inglese Lee Westwood, unico a non aver mai girato sopra il par, con Mediate, Ogilvy e D.J.Trahan che inseguono a due colpi da Tiger.

Con Woods in testa al mattino del 15 giugno, per l’ultimo giro, sembrano non esserci troppe speranze per gli avversari di ribaltare a loro favore la situazione, vista l’abilità di Tiger nel far gara di testa. Ed invece succede quel che non ti aspetti, con un doppio-bogey alla buca 1 ed un altro alla buca 2, che costano a Woods il comando, per poi rimettersi in carreggiata con due birdies alla buca 9 e 11. Nel frattempo il rivale che nessuno, ma proprio nessuno, aveva pronosticato a questo stadio della competizione, Rocco Mediate, colpisce con inusuale costanza con tre par alle tre ultime buche, segnando 71 colpi nel giro e 283 totali, illudendosi per qualche minuto di far sua la coppa, seguendo dalla “clubhouse” l’ultimo colpo di Woods e di Westwood, pure lui in corsa per la vittoria. Tiger completa a sua volta il giro con un birdie, uscendo bene dal bunker, e si garantisce, a quota 283 colpi, primo posto in coabitazione con Mediate e l’accesso alle 18 buche supplementari di play-off, dal quale è invece escluso per un solo colpo proprio Westwood, infine terzo a 284 colpi, che termina la sua fatica con un par 5 all’ultima buca, vedendo così svanire i suoi sogni di gloria.

Il playoff US Open 2008: Tiger Woods vs. Rocco Mediate

E così, lunedì 16 agosto 2008, il Torrey Pines Golf Course di La Jolla invece di chiudere i battenti, apre le porte per un altro giorno ancora ai due contendenti rimasti a darsi battaglia, Woods e Mediate, che stanno per librare una memorabile sessione di colpi apparentemente senza fine. E’ dal 2001, quando Goosen battè di due colpi Mark Brooks, che l’US Open non si decide con un giro supplementare, ma qui si va pure oltre, perché se Woods allunga grazie a due birdies alla buca 6 e 7, Mediate si trova a dover recuperare tre colpi dopo dieci buche, complici ben quattro bogeis. Ancora una volta, ahilui, Woods trema quando si trova a dover proteggere un vantaggio cospicuo, e se a sua volta infila due bogeis alla buca 11 e 12, Mediate piazza tre birdies consecutivi che gli valgono recupero, aggancio alla buca 14 e sorpasso alla buca 15. La pressione su Woods è altissima, ma il campione è tale e dopo due buche par 3 e par 4, all’ultimo tentativo infila un birdie prodigioso che, come già al quarto giro, vale l’aggancio a Mediate a quota 71 colpi, che ancora una volta si vede scivolare il trofeo di mano quando pareva averlo afferrato.

Eccoci dunque all’epilogo, previsto con “the sudden-death”, la morte improvvisa, una sorta di golden-gol calcistico: si parte dalla buca 7 e chi per primo ne completa una con un colpo in meno, viene proclamato vincitore. E Woods, campionissimo qual’è, a dispetto del ginocchio a pezzi e della fatica accumulata, piazza un par 4 che costringe Mediate all’errore quando, nell’estremo tentativo di uscire dal bunker, fallisce a sua volta il colpo risolutivo, un pelo troppo a destra della buca, chiudendo con un bogey che lo condanna alla sconfitta.

Woods, in coda a cinque giorni di grande golf e di un percorso globale infine di 91 buche, vince il suo ultimo Major, numero 14, e lo fa nelle condizioni più estreme: due giorni dopo la fine del torneo, annuncia di aver gareggiato con una frattura da stress alla gamba sinistra che lo obbligherà ad una nuova operazione e a saltare il resto della stagione.

Capito perché questo ragazzo che gioca a golf è un fenomeno?

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.