La primavera nel linguaggio golfistico ha un solo nome: Augusta Masters, il primo major di stagione, il più iconico, l’unico che si disputa ogni anno dal 1934 sul solito percorso. Quello dell’Augusta National Golf Club negli Stati Uniti, in Georgia, fondato dal mito Bobby Jones, un par 72 di eccezionale bellezza, dove magnolie, azalee, fiori e alberi di ogni genere circondano 18 buche davvero impegnative, ognuna delle quali prende proprio il nome da una varietà di pianta diversa. Con il tradizionale e affascinante trittico dell’Amen Corner, le buche 11, 12 e 13 dove spesso si decide il torneo.
Da queste parti sono passate generazioni di vite e giocatori, campioni di livello impressionante, e colpi altrettanto sensazionali. Che hanno deciso l’assegnazione della Green Jacket, o semplicemente offerto un’emozione improvvisa ed indelebile come solo il golf sa fare.
E allora andiamo a rivedere i colpi più belli, che rimangono nella storia del golf e dell’Augusta Masters. In ordine cronologico, e suggellati da alcune curiosità imperdibili.
Gene Sarazen e l’albatross nel 1935
Siamo nel 1935, giro finale del Masters e lotta serrata tra Craig Wood e Gene Sarazen, con quest’ultimo che deve recuperare i tre birdie consecutivi del rivale. Alla buca 15, dopo un buon drive, ecco che il Dio del golf si manifesta: il legno 4 dal fairway è una perla divina e, da ben 235 yards, la pallina finisce direttamente in buca per un albatross sensazionale. The “shot heard round the world“, “il colpo che si è sentito in tutto il mondo”, una frase che si riferisce allo sparo iniziale delle battaglie del 1775 che diedero il via alla guerra d’indipendenza americana, riadattata al golf e a questo colpo sensazionale. Sarazen raggiunge in testa Wood, per poi vincere il Major al play-off.

In un’intervista del 1998, poco prima di morire, Sarazen raccontò di quella domenica di aprile di tanti anni fa. Era la prima volta che giocava al Masters, e Walter Hagen gli disse di sbrigarsi a tirare perché quella sera aveva una cena a cui partecipare. Sarazen chiese poi al suo caddy, soprannominato Stovepipe, quale mazza avrebbe dovuto usare e gli fu suggerito un legno 3, ma lui optò per un legno 4. Mai scelta fu più azzeccata, e quando il pubblico esultò, lui capì. Che storie leggendarie.
La hole in one dell’amateur Joe Patton nel 1954
Jack Nicklaus nel 1975 e nel 1986
Jack Nicklaus, l’Orso d’oro che ancora detiene il record di Major vinti (18), nel 1975 mette a segno un putt incredibile: siamo alla 16 ed è lotta accesa con Tom Weiskopf, ma da 40 piedi e in salita, Jack mette dentro un birdie che si rivelerà decisivo per la vittoria finale.
Incredibile Larry Mize nel 1987
La storia di Larry Mize e di quel 1987 è qualcosa di incredibile. Esattamente quella di un uomo al posto giusto, nel momento giusto, che effettua il colpo perfetto.
Lawrence Hogan Mize è famoso per questo chip shot al green alla buca numero 11 del Masters, che gli ha permesso di vincere il primo ed unico Major al playoff, unico giocatore nato proprio ad Augusta a riuscire nell’intento. Al playoff arrivarono in tre: Mize, Greg Norman (n.1 del mondo) e Severiano Ballesteros (n.3). Lo spagnolo, pur essendo il giocatore con più classe, fu eliminato subito, poi alla seconda buca di spareggio il primo colpo fu tutto a vantaggio di Norman, ad un passo dal green; Larry da posizione defilata sulla destra tirò fuori un sand wedge che da circa 140 piedi imbucò per un birdie fantasmagorico, che Norman non riuscì a replicare col putt.
Meraviglioso, come il suo salto di gioia!
1992, Jeff Sluman e quel colpo familiare
Durante il primo round del Masters del 1992, Jeff Sluman fece una hole-in-one alla buca 4, la Flowering Crab Apple, un par 3 di 219 metri. Ad oggi non c’è riuscito più nessuno.
Un ferro 4 perfetto, la pallina atterrò sul green, e finì dentro per la più classiche delle buche in uno. L’aneddoto legato a questo colpo è davvero da raccontare: la madre di Jeff Sluman era presente quel giorno e chiese di tenere la pallina; quando la signora morì nel 1994, fu sepolta proprio con la pallina di quella meravigliosa e indimenticabile hole in one. Tra i due, il golf era sempre stato luogo di un legame indissolubile nel tempo.
Poteva mancare Tiger Woods?
Uno dei colpi più belli nella storia dell’Augusta Masters e in quella del golf in generale è sicuramente quell’approccio di classe infinita di Tiger Woods nel 2005. Buca numero 16, tra le maggiori protagoniste di questo campo, e la traiettoria disegnata dalla tigre è qualcosa di geniale e assolutamente irrazionale, compresa la suspense finale, con la pallina in bilico sulla buca.
Un birdie nel giro finale che portò Tiger Woods a vincere il Masters. “In your life, have you seen anything like that?”, “Nella tua vita, hai mai visto niente del genere?” esclamò il commentatore dell’epoca.
E come dargli torto?
Phil Mickelson dagli alberi, Masters 2010
“Lefty” Mickelson è sempre stato un genio del golf, soprattutto sul gioco corto. Ma nel 2010 ha superato se stesso alla buca 13, par 5 del round finale: dopo un tee shot con palla tra gli alberi, rimanevano circa 187 yards per superare il Rae’s Creek e arrivare in green. Chi gioca a golf conosce la difficoltà di avere un albero di fronte, non solo dal punto di vista visivo e psicologico, ma anche per l’esecuzione limitata dello swing. In questo caso, c’era solo un piccolo spazio tra gli alberi per il suo ferro 6: un colpo che va visto senza ulteriori commenti per carpirne la genialità e la perfezione.
Anche grazie a questo birdie, Phil si aggiudicò il suo terzo Masters.
Augusta 2012 tra Oosthuizen e Bubba Watson
Ricordo molto bene il Masters 2012, uno dei primi visti con grande attenzione su Sky. Due i colpi da ricordare, proprio da parte dei due protagonisti finali del play-off, Bubba Watson e Louis Oosthuizen. Il sudafricano mette a segno un favoloso albatross alla buca 2 (par 5), un ferro 4 da 253 yard dalla potenza e precisione di rara bellezza, con la pallina che batte appena in green e rotola per metri e metri calamitata dalla buca.
E poi il colpo decisivo per la vittoria del mancino istrionico Bubba che alla seconda buca di spareggio, la 10, compie il miracolo col secondo colpo: esce dal bosco con un favoloso wedge, figlio di tutta la sua creativistà golfistica.
Nel 2020 Jon Rahm, sempre all’iconica buca 16, mette a segno una clamorosa hole in one ma, sfortuna per lui, in un giro di prova, non in una gara ufficiale. Ma il gesto, condito dall’aiuto della dea bendata, con la pallina che rimbalza tre volte sull’acqua, merita comunque la visione.
L’Augusta Masters per un appassionato di golf è qualcosa di imperdibile ogni anno, e garantisce sempre uno spettacolo fatto di colpi eccezionali. Sarà ancora così, per tutti gli anni a venire: seppur con interpreti diversi, il Dio del golf regalerà sempre gioie ed emozioni indelebili.